Quando le dimensioni contano, eccome. La strana vicenda del pene gigante di Stoccolma agita il dibattito sull’arte pubblica

    di Vlady Art. Stoccolma, Aprile 2018. È durato meno di due settimane il discusso “Jättepenis” (come dire “tanto-pene” o “molto-pene”), certamente il più grande dipinto pubblico parietale rappresentante un fallo eretto. “La tua libertà finisce dove inizia quella degli altri”, recita un celebre detto. A quanto pare, queste parole sembrano essere valide anche in Svezia, uno tra i paesi più liberi e tolleranti al mondo ma anche tra i più equi e democratici, quindi attento ai pareri contrari. È forse questa la chiave di lettura per capire la brevissima vita del più eccentrico dei murales della capitale, opera dell’artista svedese Carolina Falkholt. Dopo un veloce scambio di vedute tra gli organizzatori e la politica locale, si è deciso di coprire il disegno con un’appariscente macchia blu, rendendo oggi la parete di Kronobergsgatan simile a un grande (e involontario) Rothko, come spesso capita per le cancellature urbane.

    Il murale cancellato

    Il murale cancellato

    Apparentemente ci sono tutti gli ingredienti per definirlo un caso di censura ai danni della libera espressione artistica; possiamo però evidenziare alcuni retroscena e magari provare meglio a capire le circostanze dei fatti. La società svedese non è incline alle polemiche sterili, ai dibattiti infiniti sui social, agli agitatori o alle primedonne della scena. La “dittatura” culturale del lagom (un modo di essere e di apparire che si potrebbe tradurre come misurato, minimale, sobrio, mai vistoso o egocentrico/egoista) fa sì che manchi il dibattito acceso (cioè quello che Italia definiamo “passione”, ovvero l’interesse smisurato che ci porta a riscaldarci facilmente o a strafare devotamente per la causa). In genere qui tutto avviene in maniera compassata e nel pieno rispetto di tutte le voci presenti: la prepotenza è bandita a favore della collegialità.

    Stoccolma si è spesso interrogata sul decoro urbano e sull’opportunità di consentire i mega dipinti parietali (più comunemente definiti e confusi con la “street art” o addirittura con i graffiti), negli ultimi anni. La capitale svedese, una città di oltre un milione di abitanti con popolosi e distanti sobborghi che si spingono ben oltre le quattordici isole che compongono il suo centro urbano, è tra le località meno ricche d’Europa in materia di murales. La politica (la giunta attuale è composta da una coalizione di Verdi e Socialisti) ha sempre frenato e le forze che sostengono o che potrebbero sostenere i “tatuaggi condominiali” non hanno convinto abbastanza. La burocrazia, le regole, i costi e un’urbanistica precisa e formale, hanno finora concesso poche eccezioni e poche se ne vedono all’orizzonte. In questo background, all’associazione Atrium Ljungberg che dispone della parete e che periodicamente la assegna a vari artisti, ha dato totale fiducia a Carolina Falkholt per la realizzazione di un dipinto il cui soggetto non era sicuramente stato condiviso con i residenti dello stabile. Va detto che l’artista non è nuova a simili incidenti; è reduce da una cancellatura a New York e la sua carriera artistica è proprio incentrata sulla sessualità e il lato “pubico” dell’arte. Non era difficile immaginare cosa avrebbe fatto su una parete visibilmente devota alle forme verticali. I retroscena raccontati sinora dalla stampa e dal popolo della rete non pongono l’accento sui colori giallo-blu, a richiamare quelli nazionali, della bandiera. Il dipinto, lasciava intendere la donna, era una sorta di dedica alla Svezia di oggi e allo stato delle cose.

    Dai primi malumori del quartiere alla politica locale, il passo è stato breve. I conservatori di destra si sono chiesti quale fosse l’immagine che la Svezia stava dando di sé. Per altri il punto sono subito diventati i generosi fondi statali per le arti. I Liberali, un partito di centro-destra, si sono dimostrati i più attivi. I maliziosi hanno visto una dedica proprio verso questi ultimi. Il loro logo, è stato spesso associato a un dildo (o a un dito medio). Dulcis in fundo, quest’anno si voterà per le amministrative; la politica coglie ogni palla al balzo dalla strada.

    Il murale prima della sua cancellazione

    Il murale prima della sua cancellazione

    L’organizzazione, prendendo atto della clamorosa risonanza del murale (se n’è parlato in tutto il mondo, ben oltre la fama dell’artista), ha fatto capire che si sarebbe preoccupata di sentire tutte le parti ed eventualmente sarebbe stata pronta a resettare la parete ben prima della sua naturale scadenza, fissata a sei mesi. Pochi però avrebbero scommesso in soli dodici giorni di permanenza, anche perché il luogo era già divenuto d’interesse: un pellegrinaggio tanto curioso quanto eterogeneo. Ho seguito da vicino la faccenda e personalmente la ritengo assai intrigante per le domande e le risposte che genera; le considerazioni possono essere davvero le più disparate. Anche qui al 60esimo parallelo nord, la raffigurazione di un pene è vista in quanto tale e non sotto il segno dell’arte, alla stregua di qualsiasi altra ingiuria o scarabocchio sui muri.

    La vicenda tocca alcune corde che riguardano lo stato del muralismo, la libertà d’espressione, il peso della politica e dell’opinione pubblica sull’arte in luogo pubblico. Non secondariamente, si potrebbe anche parlare di emancipazione, di femminismo e del perché dall’ascesa dei monoteismi sia malvista ogni rappresentazione dalle chiare connotazioni sessuali. Sapevo anche che l’arte come provocazione fosse finita o avesse stancato; sapevo che il dopo Cattelan non avrebbe potuto giocare con le stesse chiavi. Eppure, dopo anni di un permissivismo scriteriato, anni in cui sui palazzi è comparso di tutto, muri dove la street art si è letteralmente andata a spiaccicare e forse (tramite i temi più “piacioni”, moderati e benpensanti) anche a suicidare, un cazzo sarebbe potuto essere realmente il confine, l’ultimo e definitivo tema della serie o la risposta esistenziale… che poi è primordialmente anche il primo segno di inottemperanza, a pensarci. Ma le dimensioni nel muralismo, si sa, contano. Piccolo, nel sottopasso, sui banchi di scuola o nei cessi, è tollerabile. In grande, in centro, istituzionale e con i colori nazionali, no, non passa.

    Fin qui è l’arte pubblica protocollata e concessa, ma a dirla tutta, un messaggio del genere era già arrivato dall’arte underground, dall’artista di strada Bonom, a Bruxelles, in cui la potenza del gesto-simbolo era tutta nel travalicamento delle regole. Il suo pene, dipinto illegalmente nel corso di una notte, destò molto clamore e pure una petizione online per salvarlo. Non so come siano andate le cose e se il genitale sia ancora lì, a guardarci dai tetti della città. A Stoccolma come a New York invece, si è provato a legittimare qualcosa che per tanti ancora è scandaloso, stupido o troppo facile, non andando a buon fine. Chissà se la Falkholt ci proverà ancora; se in fin dei conti non abbia vinto proprio lei, avendo sostenuto che rappresentare una vagina sia grave ma non troppo, mentre un super pene è un evidente oltraggio alla morale.