Banksy a Parigi: la settimana della moda si tinge di rosa. Acido

    I parigini si sono svegliati l’altra mattina con almeno sei nuovi murales sparsi per la città riconducibili a Banksy, alla sua prima apparizione sui muri della capitale francese. I temi, come sempre avviene nei lavori dello street artist britannico, sono fortemente politici: dalla critica alla politica europea sull’immigrazione, alla riflessione sul potere e sui condizionamenti sociali e mediatici.

    Il primo murale, che è anche il più imponente, è stato dipinto a Porte de la Chapelle, nel XVIII arrondissment, non lontano dalla sede di un campo di migranti sgomberato pochi mesi fa. Il murale raffigura una ragazzina nera che copre una grande svastica, dipinta in vernice nera, con un motivo decorativo rosa, simile a una carta da parati (ma che allo stesso tempo ricorda anche le reti di protezione che circondano i campi profughi sparsi in tutto il mondo). L’opera sarebbe stata dipinta proprio il 20 giugno, durante il World Refugee Day. Benché non ancora rivendicato, come avviene spesso, sul sito ufficiale di Banksy, il murale è stato riconosciuto come opera dello street artist per vari dettagli, tra cui il tipo di decorazione della parete (la stessa usata da Banksy nel 2009 per ‘Go Flock Yourself’, un’opera messa all’asta per il fondo The Prince’s Trust contro la disoccupazione giovanile, e, prima ancora, per decorare il celebre elefante chiuso nella stanza nella sua mostra-show Barely Legal a Los Angeles del 2006). Se a un primo esame la svastica sembrerebbe ricondurre a una critica alla politica europea sui rifugiati e sui respingimenti, da molte parti tacciata di “pulizia etnica” e di nazismo, dall’altra, vista la concomitanza con la fashion week parigina, il dipinto ha suscitato anche altre possibili interpretazioni, riguardanti ad esempio la mercificazione e il “maquillage” della contemporaneità nei confronti dei simboli e delle parole del potere, della violenza e dello sterminio (“Hugo Boss designed the Nazi uniforms”, ricorda acidamente un commentatore su un blog di street art francese).

    Un secondo dipinto, scoperto nel XIX arrondissement sul muro de l’Avenue de Flandre, raffigura invece la celebre silhouette di Napoleone a cavallo dipinta secondo la tipica iconografia del Napoleone sul Gran San Bernardo di David, ma con un Napoleone dal volto nascosto dal suo stesso mantello (un riferimento alla cecità del potere?).
    Ancora, nel V arrondissement, a pochi passi da Place de la Sorbonne, un altro murale, dal sapore sinistramente cinico, raffigura un uomo, con una sega nascosta dietro la schiena, che offre un osso a un cane, la cui gamba davanti è stata appena tagliata: il potere, la violenza, l’abuso, la povertà, la demagogia e il populismo sono i bersagli simbolici dell’opera (l’osso da sventolare davanti al muso del povero cane zoppo è la chiara metafora di un potere cinico e violento, e di un popolo affamato e tenuto perennemente sotto ricatto).

    Infine, non manca qualche steccata ironica alla città che, esattamente cinquant’anni fa, diede il via alla contestazione studentesca: ecco allora i celebri ratti dello street artist britannico in bilico su bottiglie di champagne (una presa in giro della famosa gauche caviar?), ma anche la scritta “maggio1968”, con l’otto che, rovesciato, si trasforma però nelle… orecchie di topolino («Disneyficazione del dissenso?”, si domanda il critico Stefano Antonelli dalla sua pagina Facebook). Di sicuro, un Banksy in gran forma. Più caustico e spietato che mai.