Cosimo Terlizzi esordisce al cinema con “Dei”, alla ricerca di una spiritualità della Natura. E dell’uomo

    di Rebecca Delmenico. Cosimo Terlizzi è un artista multiforme e straordinariamente versatile, che nel corso della sua carriera artistica ha usato numerosi media, spaziando dalla fotografia, alla scultura, alla perfomance arrivando fino al documentario. Ora esordisce nel cinema di finzione con “Dei”, opera corale, onirica fino alla visionarietà, a tratti drammatica e fortemente poetica, riuscendo a creare un’ideale continuità con il lavoro precedente, più strettamente legato alle logiche dell’arte contemporanea.
    Protagonista del film è Martino, ragazzo di 17 anni, che vive nelle campagne baresi assieme a una  famiglia chiusa nei suoi problemi e nelle sue nevrosi: un padre ottuso e ignorante che si procura da vivere raccogliendo il ferro da rivendere, una madre che, seppur amorevole, è schiava del ruolo di moglie e sottostà alle regole del marito, cieca davanti ai tradimenti che l’uomo porta avanti abitualmente con una prostituta in una squallida roulotte vicino a casa. L’unico bene che possiede la famiglia è un ulivo molto antico, di gran valore, ancora sano nonostante molti ulivi siano decimati da una malattia che in breve si è trasformata in una vera e propria pestilenza.

    Martino frequenta già un corso universitario di filosofia, perchè è proprio quella la facoltà a cui vuole iscriversi l’anno a venire, anche se in famiglia mancano i soldi e l’unico modo per poterli raccimolare sarebbe vendere il grande ulivo di famiglia, icona della terra e del legame imprescindibile che la lega all’uomo. Casualmente Martino conosce in università la bella e intrigante Laura che introdurrà Martino al suo gruppo di amici musicisti: il languido Ettore, il benevolo Andrej e lo strafottente Loui che vivono tutti assieme in un appartamento da cui si può ammirare la città di Bari.
    Sarà il principio di un viaggio iniziatico in cui il protagonista si sentirà parte di questa nuova tribù che vive di musica, yoga, poesia e filosofia. Ma un velo di inquietudine accompagna il giovane Martino in questo percorso, una lacerazione tra il vecchio e il nuovo. Da un lato la vita in campagna, il legame atavico dell’uomo con la Madre Terra, dall’altro le lezioni in Università e la sperimentazione di nuovi incerti territori. Sente nascere e crescere il germe che porterà Martino, tra vari accadimenti e oniriche rivelazioni, a addentrarsi nella età adulta, trovando la consapevolezza di sé.
    Un film ricco di riferimenti simbolici: le lezioni all’università dove il giovane vive un’atmosfera dove è palpabile il coinvolgimento nelle discussioni che si susseguono parlando della Grecia classica e del concetto di bellezza, che è armonia, ordine, equilibrio, ovvero apollineo, che ha però bisogno del suo opposto, del dionisiaco che è caos ed ebbrezza, per poter generare il bello.
    Secondo la dottrina platonica il mondo è un grande animale plasmato dal demiurgo che gli ha poi infuso l’anima. Quindi gli dei sono tutto intorno a noi, la natura stessa è dio (diranno poi anche Giordano Bruno e Spinoza). “In ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un Dio”: la Terra è madre benigna che l’uomo ha tradito con inquinamento, prepotenza e barbarie al punto che siamo sordi alla voce della natura, non la riconosciamo più: in un passaggio del film l’imponente ulivo è tristemente circondato da una selva di cadaveri di elettrodomestici a manifesto delle brutture umane perpetrate contro la sua stessa madre, e pare che il fenomeno dell’allontanamento della Luna dalla Terra, conseguenza dell’attrazione gravitazionale e dei moti relativi dei due corpi, sia un atto volontario della Luna stessa per sciogliere un legame malsano.
    In uno dei sogni, Martino si vede svegliarsi sul letto in mezzo a una radura tra il vento che ghermisce le foglie, i grilli che friniscono, i cani che abbaiano in lontananza. Il ragazzo si avvicina alle fronde di un albero di ghiande e tende l’orecchio dicendo “Eh?”, come a dire “Non sento, non capisco”, a manifesto della sordità dell’uomo di fronte alla natura, all’anima del mondo di cui fa parte. Terlizzi omaggia ancora un volta la sua Puglia, come nell’opera precedente “Murgia” che si snoda come un diario audiovisivo alla scoperta della propria terra d’origine.
    La nonna di Martino gli dirà “L’albero di ulivo è l’unica cosa bella che ci è rimasta”, e il ragazzo alla fine di queste nuove esperienze, dopo l’ennesima rivelazione onirica rifletterà e dirà: “In ogni punto in cui occhi guardano è nascosto un Dio. Ma sta attento agli dei che amano perchè al tempo stesso odiano”. Da segnalare anche la colonna sonora che vede ancora una volta la collaborazione con Christian Rainer, musicista e artista, che incornicia perfettamente il mood della poetica del film.
    Un film che suscita tenerezza, nei confronti del giovane Martino, alter ego di Terlizzi, che cerca di autodeterminarsi buttandosi nella frequentazione di un gruppo di ragazzi con uno stile di vita certamente “alternativo”, sperimentale se vogliamo, in città non in campagna, uno sdoppiamento del protagonista: tesi e antitesi, una frattura, riuscirà a trovare la sintesi?