Partono i mondiali. Senza l’Italia? Macchè. Ce l’ha portata Alex Folla. Coi suoi Football Prayers a Mosca

    L’Italia ai mondiali di Mosca? C’è: l’ha portata Alex Folla. Con un tocco di spiritualità. Con la mostra alla Triumph Gallery di Mosca, nel quale espone il suo ciclo, già iniziato anni fa, intitolato “Fooball Prayers”, Folla riporta infatti non solo l’Italia ai mondiali, ma anche una riflessione sul calcio più profonda del semplice tifo per una o l’altra squadra. Con un linguaggio che affonda le sue radici nella pittura barocca, Folla prova infatti a ragionare sull’incredibile persistenza di quella straordinaria capacità di trascinamento, di idealizzazione, di riscatto e di partecipazione collettiva che tutt’ora avvolge il gioco del calcio (e più in generale lo sport), davvero uno tra i pochi grandi riti rimasti alle disincantate folle occidentali dopo il fallimento delle ideologie e la crisi degli idealismi novecenteschi. Intervistato da un giornalista a proposito del football, Pier Paolo Pasolini dichiarò una volta: Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione”.

    E proprio all’idea di un rito antico e moderno insieme si rifanno i “Football Prayers” (gioco di parole tra “Football Players”, giocatori di football, e “Prayers”, in preghiera), che rappresentano i giocatori delle squadre più importanti del mondo ripresi nell’atto di segnarsi, ciascuno con i gesti caratteristici della propria religione: a croce quello dei cattolici, simile, ma leggermente diverso, quello degli ortodossi, con un inchino quello dei musulmani, e così via. Nella loro postura, nella loro solennità priva di paramenti sacri e di apparenti liturgie se non quelle della propria disciplina (gli allenamenti, i sacrifici, le scaramanzie, l’entrata in campo, il canto nazionale prima della partita, l’adrenalina del fischio d’inizio, etc.), i Football Prayers di Folla appaiono infatti come portatori di un mistero che accomuna tutti, senza distinzioni; e il gesto di segnarsi – tipico gesto rituale-scaramantico dei calciatori al momento di iniziare la gara – diventa il simbolo di altre forme di appartenenza (religiosa, etnica, nazionale), richiamando gesti e ritualità ben più antiche della semplice partita che si va disputando sul campo da calcio. Il calcio diventa, in questo modo, davvero il simbolo vivo e pulsante di una nuova forma di religione universale, non tanto come rito sportivo in sé, ma come forma collettiva di appartenenza, di gioia e di speranza, cui delegare i propri sogni, le proprie promesse di riscatto sociale e individuale, e persino la propria felicità. Rito moderno eppure antichissimo, che, nella ricerca di una passione condivisa da tutti, unisce al suo interno un popolo o una nazione, ma anche, in qualche modo, tutti i popoli del mondo, al di là delle specifiche appartenenze e tifoserie.

    Ma ecco che, in mezzo a una dozzina di quadri apparentemente simili – i 12 sacerdoti “anonimi”, senza volto –, si erge un personaggio solitario, un mistico, forse una sorta di Messia: un calciatore, che, unico tra i tanti, è non solo ben riconoscibile nei lineamenti del volto, ma è anche inserito dall’artista nella nel contesto di un capolavoro della pittura barocca: la prima versione dipinta da Caravaggio di “San Matteo e l’Angelo”, dove il Santo era raffigurato come un rozzo popolano semianalfabeta, a cui un angioletto guidava materialmente la mano nello scrivere il Vangelo.

    “Se i calciatori sono i sacerdoti, anonimi relè senza volto di una nuova religione”, spiega l’artista, “la fonte, il verbo divino proveniente da lontano, dovrebbe passare per forza di cose tramite un nuovo profeta abitato da una sorta di divina follia. È il corrispettivo del russo юродивый (yurodivjy, letteralmente santo pazzo), ovvero un vaso comunicante col divino, che agisce in una regione non raggiungibile con l’intelletto. Ho voluto identificare questa figura (l’unica personalizzata dell’intera serie)”, spiega ancora Folla, “con Lionel Messi, senza dubbio il più grande calciatore esistente e forse di sempre, un giocatore atipico, una specie di scheggia impazzita, minuto di corporatura (in netto contrasto con l’esasperato atletismo da superuomo tipico del calciatore contemporaneo), affetto anzi da nanismo in fase infantile, al quale è stata diagnosticata la sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo. Messi”, spiega ancora l’artista, “rappresenta l’essenza stessa del talento nella sua forma più pura, irrazionale e cristallina; un Daimon che proviene dal di fuori dello scibile umano. A questo scopo ho voluto riprendere la struttura compositiva di un dipinto votivo; e quale quadro più adatto della prima versione di “San Matteo e l’Angelo” di Caravaggio?”.

    Il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, autore di Splendori e miserie del gioco del calcio, ha scritto, sempre a proposito del gioco del football: “Dentro alcuni atleti abita una folla, una moltitudine di gente. E quando i discriminati, i disprezzati, i condannati al fallimento eterno si riconoscono nel successo di un eroe solitario, in questo trionfo pulsa, in qualche modo, la speranza collettiva”.

    È questa speranza collettiva che, perse per strada le promesse escatologiche offerte dalle religioni e quelle di riscossa materiale dettate dalle ideologie, rispunta ora, sorprendentemente, dietro i volti enigmatici, celati o inespressivi dei Football Prayers di Alex Folla.

    Alessandro Riva

    Alex Folla | Football Prayers

    Triumph Gallery, Mosca
    06.06.2018 – 01.07.2018