Ferragoso alla Lecciona. Tra voglia di libertà e amore per la natura. Che ci gioca un brutto scherzo, ma col lieto fine

    Cronache semiserie dall’ombrellone, o meglio dai tavolini dello storico Bar Michelangelo a Pietrasanta. By Michele Ciolino

    L’origine della festività di Ferragosto è, guarda caso, riconducibile alla Chiesa cattolica. Si celebra la ricorrenza dell’assunzione di Maria Vergine in cielo. Nei tempi moderni, invece, il 15 agosto agosto è divenuto occasione per giustificar  sollazzi  e gozzoviglie che poco hanno a che fare con le vergini… certamente quest’euforia rappresenta il momento culmine della libertà estiva e ciascuno si sente, come a Capodanno, di poter far follie (che spesso non si concretizzano…). “Semel in anno licet insanire”, dicevano i latini, ovvero: “una volta all’anno è lecito far pazzie”.

    Oggi è lecito farle almeno due volte l’anno: a Capodanno e a Ferragosto.  Bombe d’acqua sulla spiaggia (o gavettoni), grigliate miste, tordelli al ragù (in Toscana), vino e alcol e danze e fuochi d’artificio sul mare. Per meglio prepararmi agli inevitabili e inesorabili bagordi e all’ebrezza mondana ho pensato che fosse necessario un giorno di raccoglimento. Proprio quello che vi racconto e che, inesorabilmente, diventerà il tragicomico articolo di Ferragosto. Siccome mi piace raccontar delle eccellenze della Versilia non potevo trascurare di dedicare una storia alla leggendaria spiaggia della Lecciona, situata nella Lucchesia tra Torre del Lago e Viareggio (inserita nel parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli).

    La Lecciona vista da Giuseppe Biagi

    La Lecciona è storicamente identificata come la spiaggia libera (perché non attrezzata) e delle libertà. Qui vengono a  fare il bagno gli amati della natura incontaminata, i nudisti, i gay e coloro che cercano il silenzio dalle voci umane e sanno ascoltare il mare. Strano ma vero, nei lidi ove primeggiano i bagni più chic, la spiaggia più bella è, invece, proprio questa, cioè quella libera circondata da una natura incontaminata ed immersiva. Chissà perché, invece, molti villeggianti di alto bordo amano “riconoscersi” compiaciuti in piccoli fazzoletti di spiaggia affollata…

    Giunti alla fine della Darsena di Viareggio, ci si addentra in una pineta di sempreverdi come lecci e pini,  ma si incontrano anche boschetti di ontani e frassini e ancora farnie e pioppi. È una zona umida ove si aprono specchi d’acqua palustre. Qui crescono piante e si fermano uccelli nei periodi migratori. È bello camminare piano, fermarsi, chiudere gli occhi e respirare… iodio e profumi di natura vera. Dalla vegetazione si passa alle dune sabbiose ove cresce il ginepro coccolone. Camminando ancora si giunge al mare aperto e libero, come la spiaggia. Un bravo pittore viareggino, Giuseppe Biagi, da qualche anno ha assunto la Lecciona come suo luogo prediletto (un po’ quello che fu per Cézanne il Mont Sainte-Victoire), per realizzare quadri densi e malinconici, che paiono trasmettere, attraverso la tela e il colore, la sensazione della salsedine e del vento che in quel pezzo di lunga e bellissima spiaggia libera e incontaminata soffia spesso con forza… e già prima di lui, quando il Forte era ancora incontaminato e quasi palustre, Carlo Carrà lo dipingeva nelle sue indimenticate marine.

    Nel mio “giorno preparatorio”, il cielo era coperto e il mare agitato. Il colore dominante era l’argento. Ero sprovvisto di tutto, ma dopo un po’ dei gentilissimi venditori di spiaggia (di colore), assolutamente cortesi e ben riforniti, mi hanno approvvigionato di un telo per costruire una tenda e di una birra fresca per meditare meglio. Ho costruito in maniera un po’ goffa la mia tenda mentre mi osservava, attento, un cane di razza ignota.

    Ho conficcato quattro pali sulla sabbia e ho pensato (immaginando di essere un po’ Robinson Crosue e un po’ Tom Hanks in Cast Away) che, nonostante la mia palestra, facevo molta fatica. Secondo me i bagnini conoscono dei trucchi per cavarsela meglio… finalmente costuita, alla bell’e meglio, la mia capanna solitaria, ho preso un tronco per appoggiare la testa e ho cominciato a meditare. Non riuscendoci (dovrei frequentare con più assiduità certi gruppi specializzati…), mi sono avventurato in mezzo alle “dispettose” onde del mare… ero solo ed era tutto sommato abbastanza presto, ed ecco che è scattato l’istinto primordiale, quella voglia di libertà che ispira la Lecciona: il mettersi nudi, senza calzoncini né costumi da bagno… così mi sono sfilato il costume e ho impostato il tuffo.

    Ma proprio in quel momento, la più dispettosa delle onde mi ha “strappato” gli occhiali dal volto (li avrei comunque persi nel tuffo, non essendo conscio di indossarli), gettandomi nella più completa disperazione: “mio Dio, come farò”, ho cominciato a lamentarmi tra me e me… “non vedo nulla… sono miope, devo guidare la macchina e poi gli occhiali mi connotano, sono parte di me, sono un’appendice del mio corpo…”. Ma ecco che, quando la disperazione mi aveva già sopraffatto, decidevo sconsolato di rindossare il costume a braghetta, per ritornare urbano: e proprio allora… si manifestava il miracolo della Lecciona. Come nella rete di un esperto pescatore, impigliati nel retino interno del costume, c’erano infatti loro, proprio loro: i miei occhiali. L’ onda li aveva sospinti proprio lì, e nel recuperare il costume li avevo ritrovati, proprio grazie a un regalo della natura: che alla Lecciona è generosa e buona. Con questa favola (vera), auguro un buon Ferragosto a tutti!