Laboratorio Saccardi, una… pipì su Keith Haring a Pisa. Per ritrovare lo spirito del primo graffitismo

    di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci. Pisa, metti una mattina d’estate come tante. Se vi fosse capitato di passare davanti alla facciata della chiesa di Sant’Antonio abate, dove nel 1989 un ancora semisconosciuto Keith Haring venne invitato a dipingere un enorme muro di 10 per 18 metri di lunghezza (oggi accuratamente conservato e riparato dalle intemperie e dalle tag con una robusta lamina di plexiglass), vi sareste potuti trovare di fronte a una scena quantomeno inconsueta. Quale? Quella di un un ragazzo che… fa pipì; e proprio contro il murale di Haring.
    Vera o falsa che sia, l’azione (subito fotografata e postata sui social) è di quelle destinate a suscitare quantomeno sopresa, fastidio, se non scandalo. Chi è quel teppista che osa profanare l’unico murale lasciatoci dall’antesignano della moderna Street Art? Manco a dirlo, è uno dei due componenti del Laboratorio Saccardi, gruppo artistico palermitano tanto poco blasonato quanto irriverente. Provocazione? Atto sacrilego? Divertissement goliardico dal retrogusto dadaista?
    Niente di tutto questo: per il duo artistico palermitano che più controcorrente di così non si può, è una questione strettamente linguistica: ovvero un estremo tentativo, seppure simbolico, di rendere all’ormai imbalsamato mondo dell’arte di strada la sua anima ribelle, incontrollata, selvaggia: un vero e proprio inno al ritorno a una street art autentica, non autorizzata e non tutelata da nessuno. Mentre infatti, spiegano, “un tempo i graffiti erano esposti alle intemperie e sollecitati anche alle urine urbane di passanti distratti”, oggi, sempre secondo i due artisti, sono imbrigliati in una cultura del decoro e della tutela che ne stravolge il senso e l’anima. Ecco allora il gesto liberatorio, catartico, punk: “Il nostro”, sostengono infatti i due, “è un tentativo di riappropriarci anche del punk, ormai territorio dei politici leghisti”.
    Ma perché proprio Haring? “Il fatto che Haring sia trattato come un patrimonio da tutelare violenta lo spirito stesso della sua arte da strada”, dicono: “per questo, il nostro gesto vuole benedire con l’urina d’artista il suo lavoro, desacralizzarlo per sacralizzarlo di nuovo, riconsegnandolo al mondo della strada con un gesto punk. Il gesto punk diventa e ritorna quasi futurista, abbattendo simbolicamente l’ormai noiosissino mondo del graffiti, augurandoci finalmente un mondo delle periferie grigio ma pronto alla rivolta, senza il piacere sottomesso di meri artigiani del muro dipinto, che ormai vengono quasi tutti, manieristicamente, dalle famiglie agiate del centro”.
    Vandalo fa pipì nell'Orinatoio di Duchamp a Parigi nel 1989

    Vandalo fa pipì nell’Orinatoio di Duchamp a Parigi nel 1989

    E perché proprio Tuttomondo? la risposta è squisitamente politica. Nella giunta comunale a Pisa, da qualche settimana, si infatti è insediato Andrea Buscemi, leghista doc, attore, regista nonché assessore alla cultura, che nel suo libro Rivoglio Pisa. Istruzioni d’uso per un Sindaco (Eclettica Edizioni, 2018), ha scritto che il murale di Haring, a confronto di quello che si può trovare a Pisa (come il Trionfo della Morte del Camposanto Vecchio o un Crocefisso di Giunta Pisano conservato in San Matteo), è una roba “profondamente, grottescamente radical chic”: ovviamente si è sollevato un putiferio, terreno assolutamente fertile per i Saccardi, da annaffiare proverbialmente con una pisciatina comico-performativa, in perfetto stile Franco e Ciccio.

    Brian Eno

    Brian Eno

    Del resto l’arte contemporanea non è estranea a farsi benedire con fluidi corporei: tra i primi a utilizzare l’urina per “annaffiare” un’opera d’arte c’è stato proprio un protagonista della prima ora del punk milanese (oltre che writer della “vecchia scuola”), Vandalo, che, nel 1989, fece pipì… nell’orinatoio di Duchamp al Centre Pompidou a Parigi. Ma non fu l’unico a compiere il gesto sacrilego, seppure linguisticamente impeccabile: dopo di lui, lo ripeterono infatti molti altri artisti in tutto il mondo. Nel 1990 fu Brian Eno a compiere l’impresa, confessando, tre anni dopo, nel corso di una conferenza televisiva, di averlo fatto nella copia esposta al MoMA di New York (ma imbrogliando un po’, visto che si limitò a fare pipì in una provetta, rovesciandone poi il contenuto sull’opera attraverso un tubicino). Nel 1993 fu poi la volta dell’artista sudafricano Kendell Geers, che lo fece nella copia dell’Orinatoio esposta a Palazzo Grassi a Venezia, mentre il neo-dadaista Pierre Pinoncelli lo fece a Nimes, colpendo anche l’opera con un martello per “desacralizzarla” (“Il mio martello rappresenta simbolicamente il martello del battitore d’asta”, dirà al processo istruito contro di lui, “e ha prodotto una nuova opera d’arte”). Nel 2000 infine furono due performer cinesi, Cai Yuan and Jian Jun Xi, a urinare nella copia custodita alla Tate Modern di Londra (l’anno prima, gli stessi performer avevano fatto a saltelloni sul letto di Tracey Emin). L’urina dall’esito più esilarante, però, rimane sempre quella che la compianta Marina Ripa di Meana rovesciò sulla camicia di Sgarbi, giustificandola come vero e proprio “piscio d’artista”. Sgarbi, manco a dirlo, non gradì, e andò su tutte le furie. Chissà se Haring, se fosse ancora vivo, avrebbe invece gradito, oggi, il gesto post-punk dei Saccardi.

    Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci