De Molfetta, un ciclo di opere per demistificare la memoria

    di Rebecca Delmenico

    La garbata ironia da sempre contraddistingue il lavoro di Francesco De Molfetta che apre un nuovo ciclo di opere dove, forse più che in altre, fa emergere il lato più sentimentale del proprio io. L’artista recupera  vecchie foto in bianco e nero, che, ora, rielaborate tornano in vita raccontando una nuova storia con buffi e improbabili protagonisti che sostituiscono gli originali. Le immagini  risorgono riprendendosi la dignità che gli era stata tolta nel gesto dell’abbandono. Quante volte nei mercatini ci siamo soffermati a guardare  foto in bianco e nero che evocano atmosfere perdute, di cui riusciamo però a saggiare la presenza in una mescolanza di emozioni? Kiekegaard diceva che il ricordo non è la memoria: il vecchio perde la memoria ma gli resta qualcosa di profetico e poetico, il ricordo. Esso evoca il sentimento della  nostalgia. Non sprecare il ricordo, in esso c’è  magia. “La vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”, scriveva Gabriel Garcia Màrquez.

    Ricordo: richiamare in cuore. Non è la memoria. Il ricordo non è indifferente, esso sgorga da un sentimento volto a cristallizzare nel tempo un volto, un gesto, un momento. Esso richiama nel presente una presenza che non è più qui e ora. Col ricordo interroghiamo il passato, ci abbandoniamo spesso a fantasticherie, non per crogiolarsi nella nostalgia e nei rimpianti,  ma per acquisire la consapevolezza di avere cura del nostro presente e del nostro futuro. Per questo i ricordi sono da serbare con dedizione. Essi addolciscono quel senso di mancanza che inevitabilmente fa parte dell’essere umano, riescono a suscitare una dolce malinconia di tempi andati. Leopardi parlava di “rimembranza del piacere” paragonandola alla speranza: “è assai più dolce il ricordarsi del bene che il goderne”. Ricordi di un mondo con cui non potremo mai più interagire e conoscere davvero se non con l’immaginazione.

    L’immagine è un simulacro, richiama una flessione della realtà nel ricordo, non a caso il termine greco “idein” (vedere) ha mille sfumature che soggiacciono e creano un legame tra idea, immagine, ricordo. De Molfetta ha da sempre creato le proprie opere guidato da un’innata sensibilità e dal guizzo di un’ironia  mai gratuita ma meditata per togliere il velo alle contraddizioni di un’epoca, la nostra, sempre più convulsa dove, è amaro constatarlo, siamo paradossalmente sempre più soli in un mondo ormai globalizzato.

    Plasmando la porcellana con la solita cura e perizia, De Molfetta crea nuovi protagonisti che vanno a prendere il volto  degli originali sulle fotografie. L’artista, per i suoi inserti in porcellana, si ispira all’iconografia pop tipica degli anni 1960-70, come per la bimba ritratta col vestito “della festa” in un’occasione speciale, che ora ha il muso di una leziosa e dolcissima gattina. O ancora, l’immagine di un gruppo di amici  durante un’occasione di festa viene trasformata in un gruppo dove i protagonisti ora hanno la sembianza di un branco di simpatici cani.

    Davvero pregevole l’opera che parte da una foto di famiglia probabilmente dei primi del 900, dove il gruppo familiare diventa una sorta di colonia felina con tanto di topolini che si aggirano ai piedi dei protagonisti. Esplosione di colore per un’altra foto di famiglia che diventa la famiglia dei barbapapà, o ancora il ritratto di gruppo di persone i cui visi ora sono quelli di pagliacci. La cornice è innegabilmente parte integrante dell’opera essendone  il domicilio. Il contesto stesso della cornice ci riporta a un oggetto realizzato con quella manualità dalla quale non è certamente avulso il lavoro di De Molfetta, che anzi ne è un continuo tributo.

    Le cornici utilizzate da De Molfetta sono, come le fotografie, recuperi poi adattati per essere il domicilio più consono ai lavori. Non va tralasciato certamente l’aspetto ludico e giocoso tipico dei lavori di De Molfetta. Infatti la cornice dona un contesto pomposo e ironico  alla scena rispetto alla matrice commemorativa dei lavori. L’artista gioca con l’eccessività delle cornici quasi a voler decretare  una sorta di storicità ufficiale al contesto ma distorcendolo con una smorfia, creando un contrasto tra cornice e personaggi ridotti alle loro vere  espressioni attraverso lo zoomorfismo. Lo stesso artista parla dei suoi lavori  definendoli affini all’idea di  “un’antica quadreria del 700 ma con delle smorfie di attualità che ne smorzano l’austerità”. Le cornici  non sono restaurate per far sì  che mantengano la  loro patina, nel permanere nell’incidere inesorabile del tempo, disvelando il lato  nostalgico e commemorativo delle opere.

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