il giorno in cui Paolo Fiorentino disse: “sono un pittore del futuro”

    Se n’è andato a Roma, all’età di 54 anni, Paolo Fiorentino. Pittore coltissimo, di grande sensibilità e raffinatezza, ha sempre lavorato sull’idea di paesaggio, soprattutto urbano, creando visioni fortemente idealizzate e sintetiche, con una forte anticipazione concettuale di quel vasto “paesaggio immateriale” da cui oggi siamo costantemente circondati, dalla rete ai videogiochi. I suoi non sono scenari urbani: sono architetture astratte, che scandiscono lo spazio con la rigorosa geometria dei volumi e dei toni, e che rimandano a un’idea lontana eppure tutt’altro che vaga del paesaggio urbano così come s’è condensato nel nostro intelletto e nella nostra memoria. La sua pittura, a metà tra rievocazione dell’antico e fantascienza, aveva la sua origine in quella linea idealizzante, e nello stesso tempo sottilmente magica, venata da un refolo di instabilità metafisica, che è la tradizione della pittura di scuola romana del Novecento.

    Italian Factory Magazine lo ricorda con questa intervista che aveva rilasciato nel 2006, in occasione della pubblicazione del volume Irrazionalismo urbano, edito da Charta all’interno della collana “I quaderni di Italian Factory”, in cui le sue vedute urbane accompagnavano un racconto di Tommaso Pincio.

     Fiorentino birillon walking

    di Alessandro Riva

    Paolo, il tuo lavoro è sempre stato incentrato sul tema del paesaggio urbano. Un tempo, diciamo all’incirca fino al 2000, i riferimenti apparivano in qualche modo legati a una visione molto letteraria, ovvero a una poetica dei luoghi in bilico tra memoria e citazione poetica: Duccio Trombadori aveva addirittura parlato, a proposito dei tuoi quadri degli anni passati, di “accenti moraviani e come raffreddati, dove la lezione tonale e il caldo umore espressivo di una tradizione pittorica pare abbiano ceduto il passo ad una celebrazione di illusioni perdute”. Ti riconosci in questa visione fortemente letteraria dei tuoi esordi pittorici? E quanto era “romano” questo tuo approccio?

    Sì, senza dubbio mi riconosco in questa visione. Ho iniziato a dipingere all’età di 23 anni. Fin da adolescente, infatti, andavo spesso al Palatino, in quegli angoli di Roma avvolti nella quiete e nel silenzio, ma dove si sente in lontananza l’eco, il rumore della città in movimento. Dove, insomma, in qualche modo l’antico e il moderno riescono ancora a convivere. E proprio al Palatino ho cominciato a dipingere dal vero, en plein air, mi piaceva cogliere le luci calde di certi pomeriggi estivi… Facevo soprattutto vedute archeologiche, perché io ho amato e amo tuttora tutto ciò che sono le vestigia di Roma.

    Se fossi nato a Milano avrei dipinto Milano e così vale per qualsiasi altro luogo. I riferimenti li ho scoperti dopo, non sapevo che la via che avevo iniziato a percorrere era già stata tracciata, me ne accorsi dopo, me lo fecero notare gli altri. Per me allora la storia dell’arte, o meglio l’ “Arte”, era rappresentata da Raffaello, Michelangelo, Piero Della Francesca, Paolo Uccello: la Scuola Romana e la lezione del Novecento le ho scoperte dopo e, una volta compreso che quella lezione era stata bruscamente interrotta, ho cominciato a sentire l’orgoglio di farne idealmente parte, di avere in qualche modo contribuito a rinnovarla. Ma oggi ovviamente è un’altra storia…. La “romanità”, se cosi vogliamo dire, è divenuta un’eco lontanissimo nelle mie opere, i luoghi che rappresento potrebbero nascere in qualsiasi metropoli della terra.

    Ora il mondo delle tue opere appare compiuto: case e palazzi prendono forme estremamente semplici e originali, le decorazioni di certa architettura fiorentina cinquecentesca tornano sotto cromie inaspettate, i palazzi e le strade sono preda di uno strano incantamento sognato, avvolto di una poesia del luogo che non sembra appartenere a questo mondo.

    Quando ho smesso di lavorare en plein air si è risvegliato il mio animo d’architetto: ho cominciato a costruire città, palazzi edifici, a fantasticare, a inventare. Ora credo senza presunzione, nel panorama artistico attuale, di fare una pittura molto originale in uno stile contemporaneo.

    Se prima i riferimenti sembravano maggiormente letterari, oggi invece i tuoi quadri sembrano semmai avere a che fare con un immaginario strettamente visivo: la progettazione in 3D,  i videogiochi, la playstation, un’intera tradizione cinematografica che va da  Metropolis a Matrix. È vero? E quanto influisce, effettivamente, tutto questo sul tuo lavoro?

    Devo fare una premessa: chi conosce bene il mio lavoro fin dagli esordi, può riconoscere un “filo rosso” che lega i miei quadri dagli esordi fino a oggi, e soprattutto può vedere l’evoluzione della mia ricerca avvenuta attraverso gli anni, senza salti poetici e stilistici. È chiaro se andiamo a paragonare un quadro del 1993 ad uno di oggi c’è un abisso ma chi sa può riconoscere quel filo. Detto ciò oggi è vero che il mio immaginario sembra essere solamente visivo. Senza dubbio ha contribuito l’influsso derivato dal computer, il fascino virtuale della grafica e dei videogiochi più che del cinema, il tutto filtrato dalla mia esperienza di pittore.

    Da dove nascono le immagini dei tuoi quadri? Come si sviluppa il processo formale della tua pittura?

    Nascono da una commistione di immagini e riferimenti, unisco la progettazione architettonica di Adalberto Libera al gioco The Getaway, le astronavi spaziali agli edifici razionalisti, Star Trek e le visioni di Piacentini. Fondamentalmente, però, alla base c’è un desiderio forte di esprimere, aldilà dei riferimenti, qualcosa di significativo e che si manifesta nella cifra della mia stilistica personale.

    Quanto ha a che fare il tuo lavoro con l’idea del “racconto”? Dando, cioè, per scontato che il fulcro del tuo interesse sia altrove – in una ricerca essenzialmente estetica –, ha una sua importanza, all’interno del lavoro, l’idea di “raccontare” qualcosa, di provocare un’emozione in qualche modo “letteraria”, che riesca cioè a far immaginare, a chi guarda, delle storie che non compaiono nei quadri, ma di cui è possibile immaginare in qualche modo lo svolgimento. Così come ha fatto in questo caso Tommaso Pincio nel racconto che accompagna le immagini dei tuoi quadri.

    Nel passato la narrazione nel mio lavoro ha avuto un ruolo più determinante rispetto ad ora. Le ombre, per esempio mi sono servite per togliere staticità, e immobilità agli edifici e conferire una certa narratività al quadro. La fase attuale del racconto è consequenziale alla realizzazione dei quadri, e l’operazione del racconto fatta da Tommaso Pincio è stata felice, è riuscito in pieno a cogliere effettivamente dal suo immaginario un significato da associare ai miei quadri.

    In un’intervista una volta hai parlato, a proposito delle atmosfere dei tuoi quadri, di “una sorta di contemporaneità futuribile o un’archeologia del futuro”, e dei tuoi paesaggi come di “archetipi del futuro”. Ci vuoi spiegare meglio che cosa intendi con questi termini?

    Sì, è molto semplice: è come se io osservassi a ritroso il nostro tempo, ma anche quello trascorso dall’anno 2250: questa è archeologia del futuro! Un mio desiderio è di raggiungere assolutezza, asciuttezza ed essenzialità delle visioni: questi sono gli “archetipi del futuro”.

    Dunque il tuo lavoro non si concentra tanto sulla rappresentazione di forme urbane ascrivibili a un determinato periodo storico quanto piuttosto tende a dar vita a spazialità vuote in cui rivivono oggetti plastici, volumi e forme.

    Sì, è il mio modo contemporaneo di fare pittura. A me interessa dipingere “idee”. La realtà, i riferimenti, le metropoli che osservo in fondo sono solamente dei pretesti affinché io possa dar vita al mio immaginario, ma l’occhio, la mano, la mente da cui si generano le “visioni” sono di un uomo di questo tempo, e di un artista del futuro…