Sergio Padovani, o del cuore segreto del mondo

    di Alessandro Riva

    IL MANGIACIVETTE Olio, bitume, resina su tela 28x42, 2019.

    Sergio Padovani non copia né guarda all’antico, o al magico, o all’ancestrale: frammenti della loro presenza sono, potremmo dire, celati, forse anche a sua insaputa, nel profondo del suo nucleo originario d’artista. La sua pittura è abitata dal perturbante: non è stupore, paura, o riso, o fastidio: è qualcosa che li abita tutti. Meccanismi atavici, che attraverso l’introduzione del perturbante, di ciò che è rimosso dalla coscienza razionale ma che esiste nel nostro nucleo più oscuro e profondo, muovono il desiderio di conoscenza profonda dei meccanismi che agitano le forme del sé e del mondo, attraverso lo sconvolgimento dei parametri di ogni regola, di ogni misura. Padovani utilizza questi grimaldelli, questi escamotage emozionali e sintattici prima ancora che estetici e formali, per far riapparire forme ancestrali di una coscienza perduta, dimenticata nel tempo: per riattivare codici, sinapsi, relazioni segrete tra le cose, per far riemergere collegamenti atavici della nostra coscienza, dei quali la nostra memoria razionale ha perduto nel corso del tempo il senso, e forse la stessa capacità funzionale.

    Sergio Padovani, L'artista! L'artista! L'artista!, olio, bitume, resina su tela 28x42, 2019

    Sergio Padovani, L’artista! L’artista! L’artista!, olio, bitume, resina su tela 28×42, 2019

    Nei suoi quadri sembrano fare la loro comparsa elementi diversi e apparentemente slegati gli uni dagli altri: simbolismi oscuri, alchemici, occulti, sprazzi di antiche e sparse epopee, immagini e simboli legati a riti, leggende, tradizioni antiche e dimenticate nel corso del tempo. Ricordi vaghi, ancestrali, di qualcosa che la nostra coscienza razionale sembra aver perduto da tempo immemorabile: una sorta di riattivazione di quel motore magico del mondo che abitava l’era più arcaica della terra, quando la scienza e la ragione non avevano ancora spiegato le loro ali, egemonizzando il corso della Storia, e il senso magico insito nella natura, nell’uomo, nelle piante governava ancora la crosta terrestre. In Padovani, è come se la pittura aprisse uno squarcio su quel mondo oggi dimenticato, evocando immagini, segni, situazioni che oggi potrebbero apparire soltanto, a uno sguardo superficiale, come misteriosi vaneggiamenti visivi senza apparente capo né coda: danze macabre, viaggi temporali, attraversamenti picareschi di fiumi, di montagne, di laghi fatati in compagnia di uccelli mai visti, pesci volanti, venti di fuoco, autocombustioni di alberi e di uomini, strane pratiche iniziatiche, macchine di tortura, flagellazioni, delitti, enigmatiche guerre di conquista a cavallo di mostri antropomorfi, e ancora visioni mistiche, sogni, miraggi, allucinazioni, metamorfosi, sdoppiamenti, incroci alchemici, martirii, odissee: un rimescolamento folle e perfettamente coerente di tradizioni, misteri, pratiche antichissime e liturgie segrete e rimosse.

    Eccoli, i dannati che Padovani mette al centro dei suoi folli e bizzarrissimi quadri: sono uomini e donne brancolanti in oscuri fiumi di fango, di lava, di neri e opachi bitumi, di scorie della coscienza cupa del mondo. Grappoli, gruppi di viandanti, di pellegrini, di poveri uomini dolenti, colti nel cuore più profondo e ancestrale della propria esistenza quotidiana, quasi fossero stati sorpresi dallo sguardo dell’artista mentre si trovavano impegnati in piccole occupazioni misteriose: cerimonie antichissime, viaggi senza mèta, deambulazioni labirintiche e oscure, conversazioni interiori; gesti arcaici, rituali, appartenenti a oscure liturgie di cui sembra essersi persa ogni traccia fin dalla notte dei tempi. Poveri homini, come li avrebbero chiamati nelle cronache medioevali: disperati, pezzenti, spettri, sembianti; e ancora sognatori, viandanti, pellegrini, mendici, schiavi, scheletri, cerberi. Vittime, più che della storia e dei suoi accidenti, del cuore segreto del mondo, della coscienza nascosta dell’universo. E ancora, ridicole e orrende creature deformi, mostri semi-demoniaci, strane apparizioni che sembrano provenire direttamente dalla folta iconografia popolare legata alle leggende e alle superstizioni popolari più arcaiche, quasi a volere, allo stesso tempo, rappresentare ed esorcizzare la sottilissima relazione dell’umano col divino, mescolando in un’unica immagine il piano della ragione e quello dell’assurdo, il buio della psiche con l’inflessibile logica della scienza. Santi, asceti, martiri, pellegrini; ma anche uomini-bestie, esseri psichicamente prima ancora che fisicamente deformi, malati, sofferenti, creature semi-larvali, morti, revenants. Spiriti, forse, e demoni di qualche dimenticata teogonia.

    Le visioni di Padovani non sono mai pre-ordinate. Non sono studiate, apparecchiate, create per stupire o sgomentare lo spettatore: semplicemente, esistono. Arrivano sulla tela con la forza di una necessità iniziatica, segreta.

    “La mia tecnica è molto empirica”, ha dichiarato l’artista in un’intervista. “Non uso bozzetti o disegni preparatori. Inizio a dipingere sulla tela finché un’intuizione, un gesto, un errore mi spingono a seguire una via pittorica che non avevo considerato: semplicemente la seguo, cercando di farla convivere con quello che mi sta coinvolgendo o ispirando”. Non è l’elogio del caso, o di un presunto spontaneismo: è l’apertura di un varco verso una conoscenza anti-razionale, e giocata su piano della rievocazione di ispirazioni che esistono sotto la traccia della coscienza razionale. Sono epifanie, illuminazioni, allucinazioni visive, miracoli: non mere rappresentazioni di miracoli, ma la loro stessa evocazione in forma di pittura, di pigmento, di forma pura che sembra uscire dalle viscere e dal cuore profondo del mondo. “I miracoli sono come le pietre: si offrono ovunque e offrono la loro bellezza, ma nessuno ne riconosce il valore”, ha scritto Alejandro Jodorowsky nella sua magnifica e immaginifica Danza della realtà. “Viviamo in una realtà dove abbondano i prodigi, ma li vedono soltanto coloro che hanno sviluppato le proprie percezioni”.

    Sergio Padovani, Orgia, Olio, bitume, resina su tela 140x110, 2019

    Sergio Padovani, Orgia, Olio, bitume, resina su tela 140×110, 2019

    Le folle visioni di Padovani affondano le mani, le viscere, l’animo nel cuore più fitto del mistero. “Il mistero deve essere sperimentato, venerato; deve entrare a far parte della nostra vita”, annota Károly Kerenyi nei suoi Studi sul labirinto. “Il mistero autentico resiste alla spiegazione, perché non può, per sua natura, venir spiegato, sciolto razionalmente. Il mistero esige una spiegazione: ma questa avrà solo il compito di indicare, appunto, dove risiede il vero enigma”. E Bataille: “il mondo è dato all’uomo come un enigma da risolvere”.

    Sergio Padovani, di questo enigma, non ci fornisce alcuna chiave. Non ci dà soluzioni, descrizioni, né spiegazioni. Ci fornisce solo una sua folle, allucinata, labirintica evocazione interiore, per aiutarci a continuare a giocare a rimpiattino con il mistero del reale e con le sue oscure, mille contraddizioni e sfaccettature.

    Sergio Padovani | L’invasione

    The Bank Art Collection

    via Orazio Marinali 52

    Bassano del Grappa (Vicenza), Italia

    fino al 15 giugno 2019