Shi Liang e Ma Lin, doppia mostra a Matera tra figurazione e simbolismo

    Si è sviluppata in Cina, negli ultimi decenni, una scuola di pittori che, se da un lato non ha tradito la grande vocazione al realismo della pittura moderna cinese, dall’altra ne ha cambiato profondamente i connotati, svecchiandola, trasformandola, contaminandola. In un modo o nell’altro, rinnovandola profondamente, ma all’interno del suo stesso linguaggio, anziché dall’esterno. Un filone che ha avuto il suo punto nevralgico nella riflessione sulla figura umana e che ha molti punti di contatto con analoghe esperienze europee e americane.

    Shi Liang, 2007.

    Shi Liang, 2007.

    Si tratta di artisti attenti alle forme e ai mutamenti della contemporaneità, che provengono dalla grande tradizione del realismo cinese, profondamente innamorati della pittura rinascimentale europea, e italiana in particolare, e tuttavia non indifferenti a quel lavoro di riflessione e di decostruzione dei canoni della modernità che ha segnato le alterne vicende della storia delle avanguardie storiche della prima metà del Novecento in Europa e negli Stati Uniti.

    Ma Lin e Shi Liang, i cui lavori sono oggi in mostra a Matera per Matera capitale della cultura, sono due degli esponenti più interessanti di questo nuovo corso artistico cinese. Originario della provincia di Hubei, ma da decenni strabilitosi in Italia, Ma Lin lavora con un linguaggio pittorico estremamente raffinato e dettagliato, mescolato a una pratica installativa che risente dell’influenza dell’Arte Povera e delle seconde avanguardie.

    Ma Lin e Shi Liang

    Ma Lin e Shi Liang

    Se in passato il suo lavoro pittorico è stato soprattutto volto a indagare il tema dell’identità, sia individuale che sociale, nei suoi lavori più recenti Ma Lin attua una strategia di allontanamento e di avvicinamento ai temi che gli stanno cari, alternando volti, mani, frammenti di corpi di persone a una rigorosa geometria di elementi di diverse forme e materiali, che avvicinano sempre di più la sua pittura a una ricerca non soltanto linguistica e formale, ma profondamente filosofica e spirituale. Come altro leggere, altrimenti, le sue composizioni sempre più complesse e rigorose, che richiamano alla mente espressioni formali del primo astrattismo novecentesco, soprattutto quello geometrico, ma fanno pensare anche ai mutevoli rapporti simbolici che intrattengono le “normali” espressioni della nostra vita quotidiana vuoi con i movimenti degli astri e del cosmo nell’Universo, vuoi con la struttura stessa della terra e della natura, vuoi con la ragnatela di emozioni e di energie sotterranee di cui non sempre siamo consapevoli, e che tuttavia condizionano la nostra vita e le nostre scelte quanto i ragionamenti consci e razionali?

    Ma Lin

    Ma Lin

    Ma Lin sembra lavorare sempre di più su una sorta di spiazzamento dell’immagine che abita e insieme trascende la stessa immagine rappresentata: da tempo, l’artista di origine cinese lavora infatti su una continua “frammentazione” dell’immagine attraverso la combinazione e l’incrocio di una fitta rete di linee, piani, materiali e colori differenti, che contribuiscono a mescolare e relativizzare la stessa immagine rappresentata, altre volte a delimitarla e darle un possibile ordine formale che superi la superficie dello stesso quadro, altre volte ancora e metterla in relazione con le altre immagini e con altre suggestioni provenienti dal vastissimo bacino di immagini, anche virtuali, che ci offre oggi la ragnatela del reale.

    Questa rete di legni, di ferri, di colori, quasi sempre tendenti all’astrazione geometrica ma che prescindono da qualsiasi idea di razionalità e di perfezione, essendo sempre costituita da legni e materiali vecchi, malandati, a volte anche antichi, spesso bruciati o crepati, quasi fossero totem di un’epoca “altra” che sembra sempre sfuggire alle delimitazioni di tempo o di spazio, sono il simbolo stesso della volontà dell’artista di prendere sempre più le distanze dalla raffigurazione, quasi a installarvi intorno uno schermo protettivo che parlasse non più o non solo al nostro occhio, ma anche al nostro spirito, al nostro pensiero e alle nostre emozioni. E il lavoro stesso diviene in fondo una metafora di ciò che la pittura oggi è diventata, una volta perduta la semplice ”innocenza” della rappresentazione del reale. È come se Ma Lin, volendo frapporre tra il nostro sguardo e l’immagine una complessa struttura geometrica di legni e di altri materiali, riducendola così a una complessa sintesi compositiva che tende sempre di più all’astrazione, volesse prendere le distanze dalla rappresentazione, inserendo fra sé e le immagini della realtà degli elementi di disturbo, che ci permettessero di non lasciarci godere appieno dell’illusionarietà di ciò che vediamo. Come, attraverso un percorso spirituale o filosofico, si può arrivare a prendere atto della verità sostanziale del reale solo trascendendolo e accostandosi alla struttura sotterranea che regge la vita del mondo e della natura, così anche nei lavori di Ma Lin, il segreto della realtà sembra lentamente svelarsi solo leggendovi, come in una formula matematica, le strutture celate sotto il velo di Maya della rappresentazione: i cerchi, gli ovali, i totem che si ergono da terra, con aria insieme antichissima e moderna, reggendo, come arcaici strumenti rituali, l’immagine centrale, costituiscono, di quella stessa immagine, il vero fondamento, una sorta di ossatura sotterranea fortemente simbolica, che costituisce il vero continuum temporale dell’intera opera, mentre l’immagine rappresentata, per quanto apparentemente di più facile e immediata interpretazione, tende sempre più a polverizzarsi, a erodersi, a divenire evanescente fino a scomparire.

    Shi Liang, 2013

    Shi Liang, 2013

    Anche quella di Shi Liang è una pittura dal forte carattere allegorico e simbolico, impregnata di riferimenti letterari e dal forte sapore teatrale. La sua fonte d’ispirazione prediletta è da sempre quella dell’intimità domestica: quasi che solo all’interno di quel luogo chiuso che è la casa si potesse leggere, in maniera metaforica, lo scenario perfetto di un cambiamento radicale che è insieme sociale, antropologico, identitario e umano. È infatti proprio nella casa, intesa come luogo della più profonda intimità, all’interno del proprio privato e della propria cultura individuale e collettiva, che l’uomo contemporaneo si trova a dover affrontare i mutamenti più sconvolgenti e inattesi.

    L’artista costruisce da anni vere e proprie pièce teatrali, dialoghi silenziosi, dal sapore vagamente surreale per il senso di forzata immobilità che domina la scena. I protagonisti dei suoi quadri sono spesso un uomo e una donna, ripresi nel chiuso della propria più segreta intimità, ritratti con lucido realismo e con il rigore di uno stile che affronta la questione della rappresentazione del reale senza più alcun paraocchio ideologico, ma con l’indecifrabilità di un rebus la cui soluzione viene sempre rimandata a un momento successivo. Le posture dei corpi sono spesso forzate, innaturali, con rimandi e accenni alle grandi composizioni della pittura manierista e barocca, quasi che, nella contorsione di quei muscoli, nel loro incrociarsi secondo modalità inconsuete, in grado di dar luogo a misteriose forme simboliche racchiuse nello spazio chiuso e asfittico di una stanza, si celasse un qualche significato oscuro, nascosto: gli accavallamenti dei corpi, le sovrapposizioni delle membra, gli strani incroci di corpi sdraiati, o abbandonati in posture inconsuete e artificiose, sembrano rappresentare le chiavi di un enigma che, se risolto, ci permetterebbe di leggere in controluce le tensioni sotterranee che attraversano ogni nostra relazione intima e sociale.

    I dettagli della scena, ripresi con perfetto e lucido realismo, hanno a loro volta un significato che pare trascendere dalla scena rappresentata. Libri, oggetti, suppellettili, un piatto, una tavolozza da pittore sporca di colore, una lampada, un vaso: sono tutti elementi che sembrano, nel loro vicendevole scambio formale, gli indizi di uno strano romanzo a chiave, che sembra voler celare il senso stesso del nostro stare al mondo.

    L’atmosfera che domina i suoi quadri ha qualcosa di straniante, quasi l’artista volesse evocare il luogo di una tragedia mai consumata, di un momento di allontanamento e di straniamento dalle banali vicende della vita quotidiana, come in un uno di quei sogni torbidi e inquietanti da cui ci sveglia con un misto di ebbrezza e di malinconia, senza che la nostra mente riesca mai a coglierne interamente il significato recondito.

    Quelle dipinte da Shi Liang sono scene apparentemente normali, quotidiane, come tante: ma che, sottotraccia, nascondono strane inquietudini, quasi che la parte nascosta dei nostri pensieri e delle nostre azioni si tramutasse, per un momento soltanto, in realtà. In fondo, i quadri di Shi Liang sono, tutti, i simboli della commedia che ci troviamo, quasi senza neanche più accorgercene, ogni giorno a recitare: le persone che vediamo e che incontriamo si scambiano sguardi, strette di mano e gesti, ma noi non possiamo conoscere ciò che si svolge dietro le quinte della loro relazione, perché non conosciamo che superficialmente il loro passato e le emozioni che le uniscono. L’artista sembra ricordarci così che ogni gesto che facciamo, ogni sguardo che lanciamo e ogni espressione del nostro viso rimanda a qualcos’altro: al nostro rapporto con gli altri, al passato, al senso di incertezza, alla difficoltà di relazionarci veramente con l’animo, i pensieri nascosti e segreti, i sogni e le aspirazioni dei nostri simili.

    Shi Liang

    Shi Liang

    Shi Liang sembra affondare il coltello con estrema lucidità e precisione tra le pieghe di un enigma che viene continuamente evocato, ma la cui soluzione è rimandata sempre a un momento appena successivo. È come se nei suoi lavori si alludesse sempre a qualcosa – a un mistero, a un oscuro segreto nascosto nel passato dei protagonisti della scena – di cui lo spettatore non riesce a percepire che un vago accenno, un’impressione, una sottile quanto inquietante metafora visiva. In quel mistero insoluto, in quella ricerca senza fine di una soluzione all’enigma della rappresentazione, e, tramite quello, al mistero stesso del nostro stesso stare al mondo, risiede la chiave più segreta e magica della pittura dell’artista.

    Nell’ultimo ciclo di opere, Shi Liang sembra voler evadere dalla gabbia della rappresentazione pura, aggiungendo intorno al quadro degli elementi esterni al linguaggio pittorico: vecchi legni, croci, materiali corrosi dal tempo, ma anche elementi di uso comune e “basso” come la tavoletta di un water, e ancora teschi, pistole, libri sacri, costituiscono i tentativi dell’artista di allargare maggiormente il discorso su un piano di tensioni e di dialettica tra materia, forma e significato, in grado di parlarci su un piano simbolico e non sempre razionale. Rimandi metaforici, arcaismi, accostamenti tra simboli politici (la falce e martello) con simbologie più arcaiche, come la svastica, riutilizzate solo in seguito, in maniera strumentale, dalla politica moderna, rappresentano un felice tentativo da parte dell’artista di approcciarsi a una parte emozionale e concettuale della nostra fruizione più profonda, che scava nell’indistinto, nel simbolico e nel rimosso, prima ancora che sul piano di una comprensione immediata dell’immagine rappresentata.

    Alessandro Riva

    Shi Liang | Ma Lin – Liquidi Globali

    Chiesa Rupestre Sant’Antonio Abate

    Matera

    dal 15/06/2019 – al 12/07/2019