Banksy, un Temporary Shop a Londra contro i furbetti del mercato. E dell’arte

    Anticipando di pochi giorni l’apertura di Frieze, la fiera londinese divenuta tra le mete obbligate degli art addicted di tutto il mondo, Banksy ha aperto un temporary shop a Croydon, quartiere nella periferia sud di Londra. Una trovata stile Cattelan, che col marchio Saletti ha agganciato il business del design di fascia media, con il gioco facile della provocazione all’acqua di rose a prezzi abbordabili per tutti? Non esattamente. Il pop up shop di Banksy, infatti, significativamente intitolato “GrossDomesticProduct” (che in inglese significa “prodotto interno lordo”, ma che potrebbe anche essere letto come “prodotto disgustoso per la casa”), prima di tutto è chiuso al pubblico, che potrà visitarlo solo guardando il suo contenuto attraverso le tre grandi vetrine che si affacciano su una qualsiasi strada periferica lodinese (avvertenza dell’artista dal suo profilo instagram: “Probably best viewed at night”, così come di notte lo stesso artista lo ha filmato proprio per pubblicarlo su instragram).

    Ma cosa contiene il Gross Domestic Product di Banksy? Arredato, in perfetto stile banksiano (un po’ come il suo hotel a ridosso del muro tra Cisgiordania e Israele), come una vecchia casa inglese di stampo piccolo-boghese, o come un vecchio negozio di antiquariato da pochi soldi, il pop up shop contiene richiami espliciti ad alcuni suoi celebri quadri, installazioni o altre “trovate” dell’artista: come il giubbotto imbottito fatto indossare (a sua insaputa) dal rapper inglese Stormzy durante il festival di Glastonbury nel luglio scorso, citazioni da Dysmaland o da altre sue celebri operazioni-performance, come il suo Flower Thrower” (“Il lanciatore di fiori”) diviso in due quadri, cuscini per divani con la scritta “La vita è troppo corta per ricevere consigli da un cuscino”, una lapide recante la scritta: “Ora hai raggiunto la tua destinazione”; e ancora  elmetti da poliziotto trasformati in luci da discoteca, un crocefisso-capestro, camioncini giocattoli per il traffico di esseri umani, fino a una culla da neonato, in dimensioni reali, circondata da ossessive e occhiute telecamere.

    Secondo il post pubblicato sul suo profilo Instagram (mezzo che in genere l’artista utilizza come “rivendicazione” ufficiale delle sue azioni), il “primo e unico shop” dell’artista britannico, che non venderà direttamente dal negozio ma aprirà a breve una vendita on line (il cui ricavato, spiega l’artista, andrà a ripagare una nuova nave per salvare i migranti dopo il sequestro da parte delle autorità italiane), è stato aperto come conseguenza di una “azione legale”.

    Il motivo, secondo l’artista, sarebbe stato quello di evitare di farsi scippare il nome da una non precisata greeting card company, un’azienda di biglietti d’auguri, che, mancando sul mercato gadget ufficiali dell’artista, avrebbe pensato di sfruttarne la popolarità realizzando gadget col suo nome. La “questione legale” a cui fa riferimento l’artista segue infatti un principio della legge sul copyright, in base al quale se il titolare di un marchio non produce prodotti in un determinato settore, un’altra azienda può legittimamente produrli, anche utilizzando apocrifamente il suo nome.

    Ma il vero obiettivo di questa durissima presa di posizione dell’artista, a volerlo leggere tra le righe, sembra in realtà un altro: un attacco diretto non solo alle “furbizie” del mercato in generale, come sembrerebbe a prima vista, ma, ancora di più, alle furbizie e agli appetiti malsani, e spesso tutt’altro che etici, del sistema dell’arte ufficiale. Il riferimento, infatti, più che a una misteriosa (e, chissà, forse inesistente?) greeting card company, sembra esseer diretto alla proliferazione di mostre, come quella, ospitata al Mudec di Milano fino al 14 aprile 2019, già bollata dallo stesso Bansky come “fake”, che, sfruttando la popolarità dell’artista e la sua indifferenza ai meccanismi del mercato e del sistema, pensavano bene di “far cassa” a babbo morto, non soltanto esponendo, a pagamento, quadri e foto delle installazioni dell’artista senza il suo consenso, ma anche producendo gadget con le sue immagini. Proprio contro la “mostra-fake” (definizione dello stesso Banksy) milanese, infatti, era già partita, nel febbraio scorso, la prima azione legale dell’artista, “per violazione del copyright e vendita non autorizzata di merchandising”: nel giro di poche settimane, il Tribunale di Milano aveva dato ragione alla Pest Control Office Limited, che tutela il marchio dello street artist, condannando gli organizzatori della mostra del Mudec, cui era stato vietato di vendere gadget con le opere dell’artista.

    Oggi, l’apertura del “GrossDomesticProduct” a Croydon, a pochi giorni dall’inaugurazione di Frieze, tra i maggiori propulsori del mercato dell’arte europeo e internazionale, ha il sapore dello sberleffo, se non dello schiaffo, verso un sistema dell’arte che si riempie spesso la bocca con buoni sentimenti e richiami all’etica, salvo poi, al momento buono, rivelare il suo vero e unico obiettivo: quello di far cassa, costi quel costi, anche a dispetto del volere degli artisti, o comunque senza il loro consenso.