A sample text widget

Etiam pulvinar consectetur dolor sed malesuada. Ut convallis euismod dolor nec pretium. Nunc ut tristique massa.

Nam sodales mi vitae dolor ullamcorper et vulputate enim accumsan. Morbi orci magna, tincidunt vitae molestie nec, molestie at mi. Nulla nulla lorem, suscipit in posuere in, interdum non magna.

“Auschwitz on the Beach”, l’Olocausto è alle porte. Bifo fa scandalo a Kassel, la sua performance è cancellata. E in Italia il mondo dell’arte tace

di Alessandro Riva

Dario Arcidiacono

Metti una giornata di fine estate a Kassel, a Documenta. Una performance, dal titolo eclatante e provocatorio, Auschwitz on the Beach, che sarebbe dovuta essere messa in scena alla Rotonda del Fridericianum, con la colonna sonora di Fabio Berardi e un’installazione visiva dell’artista brasiliano (ma di stanza a Bologna) Dim Sampaio, cancellata, e sostituita poi da un meno ingombrante “dibattito pubblico”. Con il suo autore – Franco Berardi “Bifo”, attivista politico di lungo corso, tra i leader del Movimento del 77 a Bologna, sua città natale – trovatosi a doversi scusare con i rappresentanti della comunità ebraica di Kassel, “per la sofferenza che aveva potuto provocare” con le parole della sua performance. Al punto che decide, di sua spontanea volontà, di “cancellare dal proprio computer” il testo da cui l’idea stessa della performance era nata. Ma che, in un lungo discorso,

Dopo la vittoria sulla Sony, parla Isgrò: “Ha vinto il diritto”. Un segnale forte per chi pretende di utilizzare (gratis e senza permesso) il lavoro degli artisti

di Alessandro Riva

Ormai è per tutti “il caso Isgrò”. Ma potrebbe essere anche ricordato, come per certe sentenze che passano alla storia, “Isgrò contro la Sony”, mettendo in luce ciò che in pochi hanno saputo vedere, in queste settimane un po’ confuse di propaganda contrapposta (con frotte di Soloni su internet a cercare il pelo nell’uovo, ad arzigogolare su chi avesse realizzato già prima di Isgrò una cancellatura, e in che modo, quando i confini della vicenda erano chiari, netti, inequivocabili: un caso lampante di “furto” visivo e intellettuale da parte di una major – una grande multinazionale della musica –, nei confronti di un artista che vive da sempre del suo lavoro e della sua creatività): ciò che in pochi hanno saputo vedere, dicevamo, è che è stata la lotta di un Davide contro Golia, un artista, seppure noto,

Marco Petrus a Napoli. Dalla stilizzazione del paesaggio alla ricerca della forma pura. Fino all’astrazione

di Alessandro Riva

Chi altri poteva trasformare uno dei luoghi divenuti i simboli perfetti dell’inferno contemporaneo quotidiano, quelle Vele di Scampia, caotiche, sporche e sempre piene zeppe di persone, tra baby criminali, spacciatori e boss della camorra, divenute oggi iconiche e famose a livello popolare anche grazie alla serie tv “Gomorra” tratta dal romanzo di Saviano (ma oggi già in via di parziale abbattimento e pronte a diventare, nel progetto di De Magistris, “luogo di innovazione architettonica e urbana”), in un’astratta e rigorosissima griglia geometrica di cui non si riesce più a intravedere nulla di reale, se non un mutevole e freddo gioco sovrapposto di linee e di colori? Se qualcuno poteva farlo, quel qualcuno non poteva essere che Marco Petrus.

Pittore urbano per eccellenza, ma che del paesaggio urbano ha via via congelato, razionalizzato, reso via via

Biennale, l’arte è viva. E torna a celebrare la magia del rito

di Alessandro Riva

Tra padiglioni sciamanici e dionisiaci, percorsi simbolici attraverso la propria terra, danze planetarie, esercizi di ricamo e vibrazioni sonore, la 57 Biennale di Venezia, curata da Christine Macel, sta facendo il pieno di visitatori (solo nelle prime tre settimane, i visitatori sono stati oltre 60 mila, con un incremento dell’ordine del 23% rispetto all’edizione precedente). Merito, forse, anche del fatto che questa edizione ha abbandonato concettualismi, formalismi, astrusità sociologiche e pratiche iper-elitarie, per ritrovare un legame profondo e quasi salvifico con l’inconscio, con la memoria e con la storia. Lasciando anche un po’ da parte la politica, protagonista un po’ forzata dell’edizione precedente, quella diretta da Okwui Enwezor (benché la curatrice ribadisca invece la possibilità di affrontare temi politici in maniera meno letterale e più simbolica, ma restando sempre nell’ambito della politica. “Pur senza voler mettere in risalto la politica”,

Cento anni fa nasceva l’arte concettuale. Con un orinatoio. Gesto liberatorio, ma andato oltre le intenzioni del suo autore, rimasto ingabbiato dal mostro che ha creato

di Angelo Crespi

Siamo soliti pensare che l’arte moderna nasca con l’avvento delle Avanguardie, sebbene si discuta ancora se nel 1909 sia venuto prima il Futurismo o il Cubismo. Per l’arte concettuale invece non ci sono dubbi: l’anno di fondazione è il 1917. Per l’esattezza il 10 aprile 1917, giorno dell’apertura, a New York, della mostra curata dalla Society of Indipendent Artist nelle sale del Grand Central Palace sulla Lexington Avenue. E in cui avrebbe dovuto essere presentata la “Fontana” che Duchamp, membro della stessa società organizzatrice, aveva inviato al comitato direttivo sotto false generalità; un orinatoio di porcellana bianca, firmato R. Mutt, che non verrà esposto – perché reputato poco consono – e che in seguito andrà perso, ma che comunque diventerà l’opera capace di cambiare radicalmente la storia dell’arte.

Duchamp, sprezzante filosofo, algido donnaiolo, grande scacchista (fu capitano della squadra

Occupypac. Al Pac di Milano un’occupazione simbolica per portare a galla contraddizioni, repressione, ipocrisie sul tema dell’arte pubblica

di Alessandro Riva

#occupypac. È con questo slogan che un gruppo di artisti e “agitatori culturali”, tra i quali c’è chi scrive, alcune sere fa ha preso simbolicamente possesso del Pac, il Padiglione d’arte Contemporanea di Milano, durante la conferenza di apertura del convegno “Street Art Sweet Art dieci anni dopo” (convegno affidato alla cura di Chiara Canali), che lo stesso museo aveva indetto per celebrare la mostra del 2007 che ha aperto per la prima volta la strada all’ingresso della street art nelle sedi museali e istituzionali, oltre che per fare il punto sullo stato della scena street milanese e italiana a dieci anni di distanza da quell’esperienza. Ma le cose non sono andate come avrebbero voluto l’Assessore alla Cultura Del Corno e il direttore dei musei milanesi Piraina. Non sono andate come volevano loro, con una presentazione ingessata e istituzionalizzata, e la

Una stanza d’albergo, una tavola apparecchiata, un revolver, due giovani morti. Un giallo d’arte risolto dopo 133 anni

di Alessandro Riva

Il giallo è risolto. Sono passati 133 anni da quel mese di ottobre del 1884, quando Angelo Morbelli, pittore allora trentenne e già conosciuto a Milano come uno degli esponenti del nuovo realismo pittorico a sfondo sociale, solo in seguito abbandonato in favore di un pacato divisionismo, espose all’Accademia di Brera quello che sarà in seguito conosciuto come il suo capolavoro – Asfissia! Il soggetto? Una tavola apparecchiata, vini, frutta, avanzi di cibo, di caffè e di liquori, una penna, un calamaio, alcune lettere già scritte ma non ancora impostate; e ancora, un revolver appoggiato su una ribaltina, a fianco delle lettere e del calamaio, un candeliere ancora fumante sul tavolo, un cappello a cilindro (o gibus) appoggiato su una poltrona, un pavimento coperto di fiori; e, in un angolo, su un divano e ai suoi piedi, due corpi distesi: